Corso di fotografia. L'inizio: la sensibilità

C’è poca luce, ho aperto tutto il diaframma e il tempo di scatto è molto lento. Cosa posso fare per evitare che le foto vengono mosse?

Questa è la classica situazione in cui un obiettivo molto luminoso fa la differenza. Soltanto se la nostra ottica è di grande qualità riusciremo a scattare una fotografia in situazioni estreme.

Purtroppo non tutti possono permettersi il lusso di spendere cifre da capogiro per acquistare un’ottica con apertura f:1.4, ma si può provare a controllare il problema aumentando la sensibilità, ovvero aumentando la capacità di registrare su pellicola o di captare col sensore immagini anche al buio, a discapito, però, della qualità.

La sensibilità è anche chiamata “velocità” della pellicola, perché con emulsioni molto sensibili si riesce a scattare con tempo molto rapidi, mentre con emulsioni a bassa sensibilità si dovranno usare tempi assai più lenti.

La sensibilità si misurava col sistema aritmetico degli Asa (American Standards Association) o col sistema logaritmico dei Din (Deutsche Industrie Norm). La differenza fra i due metodi è che con gli Asa, quando si raddoppia o si dimezza la sensibilità della pellicola anche il valore degli Asa diventa il doppio o la metà, mentre per i Din l’incremento avviene a passi di 1/3, cioè ad ogni tre Din corrisponde l’incremento di un EV.

Oggi, con la standardizzazione delle misure, si usa l’acronimo Iso (International Standards Organization) che accorpa i due valori divisi da una “/” (100/21°), dove la prima delle due misure è uguale a quella che si usava per gli Asa.

Grana b/nPrima di continuare a parlare della sensibilità è utile ricordare cosa sono gli EV. La sigla significa Exposure Value, Valore dell’Esposizione, e indica quanta luce arriva sul piano pellicola usando una determinata coppia tempo/diaframma o tutte le coppie di valori equivalenti (per esempio 1/30-f:8, 1/60-f:5,6, 1/125-f:4,0), il tutto ad una sensibilità standard di 100 Iso. Il valore di partenza EV=0 corrisponde al tempo di 1 secondo e all’apertura f:1,0. Ogni valore diverso dallo zero come EV1, EV2, EV3 ecc. indica l’incremento o la diminuzione del tempo o del diaframma di uno stop. Se un oggetto ha una luminosità di 12 EV potrà essere fotografato sia usando 1/60-f:8,0 che 1/125-f:5,6 o ancora 1/250-f:4,0 eccetera, perché il
risultato, in termini di esposizione, sarà sempre uguale. Se l’EV del cielo blu è pari a 14, scende a 11 se ci sono molte nuvole scure, mentre l’interno di una casa illuminato con una lampadina a incandescenza ha un valore EV pari a 5. Troppo complicato? Niente paura, l’esposimetro della macchina fotografica farà tutto da solo, o quasi, perché, come vedremo prossimamente, questo strumento è tarato per esporre correttamente un oggetto che abbia un potere riflettente uguale a quello di un cartoncino grigio al 18% (nella foto in alto Grana b/n).

Ma torniamo a parlare della sensibilità. Abbiamo accennato al fatto che aumentando il suo valore si potrà fotografare anche con pochissima luce. Le vecchie pellicole venivano prodotte con diverse sensibilità, ognuna aveva le sue caratteristiche ed era idonea ad una certa situazione. Se cambiavano le condizioni di luce bisognava sostituire pellicola o usare un secondo corpo macchina nel quale era caricato il film giusto. Per tirar fuori immagini scattate quasi al buio si interveniva anche in camera oscura aumentando la temperatura dell’acido o il tempo di sviluppo del negativo. Oggi, con la tecnologia digitale, la sensibilità si modifica semplicemente aumentando il “guadagno elettronico”, cioè attivando una serie di circuiti che amplificano il segnale luminoso ricevuto dal sensore.

Bello e facile, vero? Peccato che, come sempre, c’è un’altra faccia della medaglia con cui dover fare i conti: la nitidezza e la qualità dell’immagine. Quando si usava la fotografia analogica bisognava fare attenzione alla grana, ovvero a quelle “palle” che comparivano usando pellicole ad alta sensibilità e che facevano molto “foto da reportage”. Nel digitale, invece, c’è il “rumore di fondo”, dei fastidiosi artefatti che rendono la nostra foto “sgranata” , con poco contrasto e senza dettaglio. Un problema particolarmente evidente quando si usano fotocamere con sensori di piccole dimensioni.

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