23 giugno 2017

Corso di fotografia. L'inizio: i diaframmi

Con la digitale scatto sempre in automatico e la macchina fa tutto da sola. Posso modificare qualcosa e metterci qualcosa di mio?

Frank Capa: la muerte di un milicianoFrank Capa: la muerte di un miliciano

Bene, prima di rispondere a questa domanda bisogna dire un paio di cose a proposito di delle immagini che si trovano in giro. La prima è che ci sono molte foto “fatte bene”, ma ce ne sono anche moltissime “fatte e basta”.

La seconda è che i bravi fotografi fanno le foto esattamente come le vogliono e non “come vengono vengono”, anche se molti pensano il contrario… Dell’inquadratura ne parleremo in un altro momento. Per ora, invece, vediamo come scattare una foto in manuale, controllando, cioè, alcuni parametri per ottenere gli effetti desiderati.

Perché un’immagine possa essere registrata, sia su pellicola tradizionale che in formato digitale, c’è bisogno di luce, e non a caso la parola fotografia significa “scrivere con la luce”. Ora, facendo un banalissimo paragone con l’occhio umano, potremmo dire che una macchina fotografica è strutturata un po’ come lui, anche se ovviamente nel nostro occhio avvengono cose ben più complesse che in una fotocamera.

In base alle condizioni di luce l’iride, a forma di diaframma, dilata o restringe la pupilla dosando la quantità di luce che entra nell’occhio; poi l’immagine passa attraverso una lente, che nell’occhio è il cristallino, e infine si fissa capovolta sulla retina, ovvero sulla nostra pellicola o microchip.

Proprio come accade nell’occhio, quando riprendiamo una scena molto illuminata dovremo chiudere di più il diaframma per evitare che troppa luce investa l’emulsione o i sensori rendendo così la foto “bruciata”, mentre per riuscire a registrare una scena buia sarà necessario aprire al massimo le lamelle del diaframma altrimenti la nostra immagine sarà scura.

Il diaframma ci permette anche di regolare la “profondità di campo” cioè di sfocare o mettere maggiormente a fuoco tutto ciò che si trova prima e dopo il soggetto principale. La regola è che più il diaframma è chiuso e maggiore è la zona nitida e, naturalmente, viceversa.

Perciò, se ad esempio vogliamo riprendere un campo di margherite nella sua interezza manterremo il diaframma chiuso in modo da avere quanti più fiori messi correttamente a fuoco.

E se invece vogliamo fotografare un fiore isolandolo dal resto delle piante apriremo il diaframma al massimo. Per effetti più o meno marcati utilizzeremo i valori intermedi.

Il numero più basso del diaframma indica la sua massima apertura e dà anche l’idea di quanto un obiettivo sia luminoso. Ricordate Barry Lyndon?

Per filmare le scene a lume di candela il regista di Stanley Kubrick chiese alla Zeiss di costruire degli obiettivi speciali tanto luminosi da poter riprendere le immagini quasi al buio: l’apertura massima delle ottiche era f:0,7! oggi si parte dai 5,6 in su…
(foto:Profondità di campo ridotta ottenuta con un diaframma molto aperto)

Un’altra cosa da sapere a proposito del diaframma è che i vecchi fotoreporter e i paparazzi non avevano nessun sistema autofocus e non potevano permettersi il lusso di fare foto sfocate, soprattutto di notte e fuori ai night club.

Per scongiurare il pericolo del fuori fuoco utilizzavano, come insegnava Ansel Adams, la “distanza iperfocale”.

Se vi capita di avere fra le mani un vecchio obiettivo manuale, osservando il barilotto vedrete marcate delle tacche, spesso colorate, numerate nello stesso modo delle aperture del diaframma.

Posizionando il simbolo “infinito” , inciso sulla scala delle distanze, sulla tacca corrispondente al diaframma usato in quel momento, il campo a fuoco si estenderà verso di noi fino alla distanza che si leggerà in corrispondenza dell’altra tacca di uguale colore.

Osservando attentamente la scala delle distanze iperfocali incise sui vari obiettivi ci rendiamo immediatamente conto che a diaframmi più chiusi corrisponderà sempre una profondità di campo maggiore, e che questa ampiezza dipenderà anche dalla lunghezza focale dell’ottica usata: con i grandangoli, infatti, sarà maggiore e con i teleobiettivi. (foto: Una scena del film Barry Lyndon di Stanley Kubrick girata a lume di candela).

La prossima volta diremo qualche altra cosa sui diaframmi e parleremo dei tempi di scatto…)

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